chainer_morgana: (Default)
[personal profile] chainer_morgana
Titolo My Essential
Fandom My Chemical Romance
Pairing Brian/Frank
Rating NC17
Beta [personal profile] babyara ♥ Grazie mille per la pazienza, per aver amato questa fic quando io ho deciso di buttarla e per aver spedito il file venti volte prima che Word si decidesse a leggerlo. Questa fic non esisterebbe senza di te ;)
Disclaimer Bugia Bugia Bugia!!
Parole 9.845
Note Questa fic è stata scritta un po' di mesi fa, il che significa che: 1) Non sapevo ancora che Brian non era più 'Brian-manager-salvavita-tuttofare-dei-MCR' [datemi ancora qualche mese e mi riprendo dal trauma, lol] 2) Che ho avuto tanto tempo per decidere che non mi piace e volevo ripudiarla, cancellarla e formattare il computer pur di non lasciarne traccia. Baby me lo ha impedito, quindi eccola ;)

Indice Fic QUI



H. 03:47 am

Fin dai tempi dell’asilo tutti intorno a lui avevano imparato una semplice regola: non svegliarlo mai prima di quando lui stesso aveva deciso.

Poteva stare alzato tutta la notte senza problemi, poteva andare a letto negli orari più impensati, ma quando finalmente si metteva a dormire niente e nessuno potevano svegliarlo se non con un’ottima ragione o aspirazioni suicide.

Quando con un grugnito si voltò di nuovo a guardare l’ora, realizzando che il telefono squillava da ormai cinque minuti fu certo che, chiunque fosse, rientrasse nella seconda categoria. Aveva avuto una settimana d’inferno in cui le ore da dedicare al sonno erano diminuite giorno dopo giorno e il fatto che tutti i telefoni tranne quello d’emergenza fossero staccati avrebbe dovuto essere un chiaro indizio per chiunque lo stesse cercando che non era affatto il caso di farlo.

Sospirando allungò una mano per prendere il cellulare. Sei persone avevano quel numero, da chiamare solo in caso di morte imminente, ospedale o galera: la band e Worm. Per quanto volesse abbandonare al proprio destino chiunque lo stesse chiamando era pur sempre il loro manager e, per una volta, poteva essere qualcosa di serio anziché uno scherzo. Sbuffando fissò il nome “Frank” che lampeggiava sul display illuminato. Avrebbe dovuto immaginare che fosse lui. Bob e Ray se l’erano sempre cavata da soli, Gerard aveva smesso di chiamarlo dopo che si era disintossicato e adesso era lui il riferimento di Mikey e Worm probabilmente neppure sapeva di avere quel numero. Restava Iero che, con tutta probabilità, voleva solo fargli uno scherzo o magari comunicargli qualcosa di assolutamente inutile e fastidioso. Scocciato poggiò il dito sul tasto rosso, pronto a riagganciare, poi realizzò che, nonostante tutto, avere a che fare con musicisti insonni ed iperattivi era il suo lavoro. O magari Frank era davvero in pericolo e senza il chitarrista più amato dalle fan lui non avrebbe più avuto una band e tantomeno una carriera. Rassegnato scelse il tasto verde.

“Sei morto?” Dall’altra parte della linea una lieve risatina. Brian si fregò gli occhi cercando disperatamente di impedire che quel suono fastidioso gli facesse venire mal di testa, poi sospirò, rassegnandosi all’idea che ormai era troppo tardi.

“Uhm..non credo?” La voce misurata, quasi fosse uno sforzo far uscire ogni parola, non lasciò dubbi che il ragazzo fosse completamente ubriaco.

“All’ospedale o in carcere?” Continuò impietoso, l’altro rise di nuovo.

“Non ancora…”

“Perfetto, allora domani te la faccio pagare. Fino ad allora lasciami dormire. Buona notte Frank.”

“Brian! Non riagganciare ho… un problema,” l’uomo aprì la bocca per ricordargli che al momento era lui il suo maggior problema, poi, come un mantra, si ripeté che senza Frank sarebbe finito a fare il lavavetri. Con un sospiro si chiese perché non avesse fatto il medico.

“Quale?” Quasi ringhiò e Frank rise ancora, forse per il tono, forse per la storia che stava per raccontare. Nell’attesa si sedette sul letto, ormai rassegnato all’idea di non dormire più.

“Ho conosciuto sto tipo e… siamo andati in auto per… un tipo divertente, ce l’aveva anche grosso ma…”

“FRANK! Non me ne frega un cazzo se hai scopato e come ce l’aveva, dimmi che cazzo succede!”

“Dovresti fare più sesso Brian, sei nervoso,” ridacchiò ancora e per un attimo Brian si trovò a pensare all’ultima volta che era andato a letto con qualcuno. Diede la colpa del non ricordarsi al fatto che l’amico aveva ripreso a parlare, distraendolo, “comunque…” una risatina quasi coprì la parola, “eravamo in questa stradina e abbiamo finito e… sono sceso per pisciare e lui se ne è andato.” Non disse altro, ridendo disperatamente. Brian si fece una nota di proibire l’alcool a tutta la band, non solo a Gerard.

“Cosa significa che se ne è andato?”

“Mi ha urlato ‘grazie della scopata’ ed è partito!” Quando il ragazzo scoppiò di nuovo a ridere Brian fu certo di essere al limite dell’esasperazione. Al diavolo la band, al diavolo la sua carriera, non poteva sopportare Frank un minuto di più… facendo ricorso a tutta la sua pazienza e ad anni di esperienza con Gerard e Bert respirò a fondo.

“Ok, dove sei esattamente?” Un attimo di silenzio.

“Credo ad un’oretta da casa tua… almeno una mezz’oretta dal centro. Volevo chiamare gli altri che erano più vicini, ma mi spiaceva svegliarli…” questa volta Brian sorrise, più un ghigno in realtà, certo che quella fosse la prova decisiva di quanto il ragazzo fosse ubriaco. Solo Bob sarebbe stato più pericoloso di lui da chiamare in piena notte, ma almeno con Bob la morte sarebbe stata immediata, non la lenta agonia a cui lui era pronto a sottoporlo. Se fosse stato più lucido avrebbe sicuramente saputo scegliere meglio dopo anni di insulti e lividi, magari il gentile e dolce Mikey.

“Ok, spiegami esattamente dove sei e poi non ti muovere che ti vengo a prendere per ucciderti.”

“Grazie, mi salvi la vita,” di nuovo un sorriso diabolico si dipinse sulle labbra di Brian.

***

H. 11:33am

Frank provò a rigirarsi nel letto per dare le spalle a quella terribile luce che di colpo gli era arrivata negli occhi ma al minimo movimento le tempie cominciarono a pulsargli abbastanza da fargli cambiare idea. Rassegnato si limitò ad un prolungato gemito di dolore.

“Ora di alzarsi!” Quasi urlò allegramente Brian, col solo intento di torturarlo, tirandogli di colpo via le coperte che si era faticosamente tirato sul volto.

“Voglio morire,” biascicò a fatica chiedendosi cosa gli fosse morto in bocca.

“A quello ci penso io tra poco,” rispose ancora Brian sorridendo soddisfatto, poi, impietosito dal lamento con cui il ragazzo si sedette sul letto, gli porse una tazza di caffè ed un paio di aspirine, “prendi queste e bevi il caffè, aiuteranno un po' la tua agonia,” aggiunse quasi dolcemente. Forzando una specie di sorriso Frank ingoiò le pillole seguite subito dopo da due lunghi sorsi della bevanda ormai tiepida.

“Perché sono nudo e nel tuo letto?” Chiese perplesso dopo qualche secondo, rendendosi conto solo in quel momento della situazione ma ancora troppo dolorante e confuso per ricordarsi cosa fosse successo la notte precedente.
“Perché sui tuoi vestiti ci hai vomitato e io non avevo più voglia di dormire,” sorridendogli nonostante tutto allungò la mano per farsi ridare la tazza, “vatti a fare una doccia, ti lascio qualcosa di pulito qui sul letto. Gli spazzolini di riserva per i musicisti idioti sono nell’anta sotto al lavandino, gli asciugamani… usa un po' quello che ti pare e che trovi in giro, sta settimana non ho fatto il bucato,” sospirando e chiedendosi per quale assurdo motivo Bob stesse suonando la batteria nella sua testa Frank si alzò.

“Come donna di casa fai schifo Brian.”

“Lo so, è per questo che io e Bob teniamo te e Gerard in band,” rise lanciandogli contro una maglietta appena presa dall’armadio. Frank gli mostrò il medio, poi si chiuse in bagno sperando che una doccia bollente facesse un qualche miracolo sul suo mal di testa.

***

H. 12:14pm

Frank entrò in cucina in silenzio, fermandosi un attimo a contemplare l’uomo intento a preparare qualcosa al frullatore, i pantaloni della tuta pericolosamente abbassati sui fianchi, evidentemente sformati dal troppo uso e dai lavaggi casuali a cui erano sottoposti in tour, la maglietta bianca ormai consumata troppo sottile per nascondere i tatuaggi. Con un verso a metà tra un gemito ed un grugnito si lasciò cadere su una sedia, nascondendo subito il volto sulle braccia conserte sul tavolo.

“Meglio?” Chiese con una nota di sadismo Brian, già sicuro di quale sarebbe stata la risposta.

“Se facesse passare il mal di testa mi infilerei in una fossa piena di *ragni* in questo momento,” l’altro sorrise divertito, poi gli mise davanti un bicchiere pieno di qualcosa di arancione.

“Non ho voglia di scavare una buca e andare in cantina a cercare ragni, accontentati di questo,” Frank fissò il bicchiere incerto finché l’uomo non glielo avvicinò di più, “avanti! È succo d’arancia con frullato di carote… non ha mai ucciso Gerard o Mikey, non ucciderà te,” il ragazzo prese il bicchiere, lo studiò contro luce e infine ne annusò il contenuto con una smorfia.

“Ma quei due sono strani…” rispose assumendo un tono da bambino petulante.

“E tu sei fastidioso. Bevi mentre mi faccio un toast, dopo colazione tornerò in modalità manager e ti prenderò a calci in culo, approfitta della mia bontà finché sei in tempo,” Frank buttò giù un sorso del succo, facendo una smorfia disgustata più per infastidire l’uomo che per il sapore, e rimase in silenzio a guardare Brian che spalmava il burro sulle fette tirate fuori dal tostapane. Dopo qualche secondo il manager gli si sedette di fronte masticando in silenzio e avvicinandogli il piatto con un dito quando lo vide guardare i toast nel piatto.

“Il burro…” rispose solo, cercando di ricordarsi i propri principi ed ignorando la fame che aveva deciso di svegliarsi di colpo alla vista della colazione. Sbuffando gli spinse il cibo più vicino.

“Non sono scemo, è vegetale,” senza volere Frank gli sorrise grato. Non che gli altri della band si dimenticassero delle sue abitudini o che, ma solo Brian, e a volte Gerard se gli aveva combinato qualcosa per cui farsi perdonare, si preoccupavano di preparare i propri pasti in modo che, se ne avesse avuto voglia, avrebbe potuto mangiare dal loro piatto. Brian aveva sempre liquidato la cosa dicendo che era suo dovere non far morire di fame il chitarrista, ma Frank sapeva che non c’entrava nulla con l’essere il loro manager. Semplicemente lui era così, disposto a tutto, a partire dai piccoli gesti, per le persone a cui teneva.

Finirono di mangiare in silenzio, poi Brian posò il piatto nel lavello e vi restò appoggiato.

“Allora? Mi spieghi esattamente a cosa pensavi stanotte?” Frank fece spallucce.

“A niente. Avevo bevuto e mi andava di scopare… il tipo era carino…”

“’Il tipo era carino?“ Respirò a fondo, deciso a non arrabbiarsi, non ancora almeno, “ti sembra un buon motivo per salire in auto con uno sconosciuto e farti portare Dio solo sa dove?”

“Ok forse ho fatto una cazzata…” abbassò lo sguardo, “ma ero sbronzo e di certo non è la prima che faccio… mi spiace averti svegliato, ma non è un dramma.”

“Si che è un dramma!” Brian si mise dritto, i pugni stretti lungo i fianchi, “poteva farti qualsiasi cosa! Poteva ammazzarti e lasciarti lì! Eri in uno stato pietoso, cosa sarebbe successo se non avessi avuto il telefono?”

“Ok, te l’ho detto, è stato un errore e mi dispiace. Non lo farò più ma è andato tutto bene,” nervosamente Frank si grattò un tatuaggio sul braccio. Non gli piaceva quel discorso. Sapeva che Brian aveva ragione, che era stato un incosciente, ma detestava essere trattato come un bambino.

“Non mi rassicura che sia andato tutto bene! Così come non mi rassicura sapere che c’è qualcuno là fuori che può raccontare come si è scopato Frank Iero ubriaco! “

“Se lo racconta i nostri fan non gli crederanno, stai tranquillo…”

“Loro magari no, loro li posso gestire ma se qualcun altro lo fa? Se la voce si sparge e col prossimo non va così bene? Non ho voglia di riconoscere il tuo corpo all’obitorio solo perché sei un coglione,” Frank si alzò di scatto, ignorando il dolore alla testa.

“Smettila di essere così drammatico! Era sesso Brian!”

“E tu smettila di essere uno stronzo infantile! Smettila di uscire da solo tutte le notti e comportarti come un idiota!” D’istinto, senza neppure pensarci, Frank lo spinse.

“VAFFANCULO SCHECHTER! Non sei mia madre! Lasciami in pace!” Per un solo secondo l’uomo pensò di trattenersi poi decise di non farlo e lo spinse a sua volta, con forza. Frank barcollò un attimo, appoggiando una mano sul tavolo per mantenere l’equilibrio.

“No Frank, sono molto più importante di tua madre. Lei ti ha insegnato a pulirti il culo, io te lo salvo ogni giorno! E quando io smetto quel culo te lo ritrovi su un marciapiede mentre suoni per guadagnare gli spiccioli per un panino!” Frank rise ironico.

“Ma certo, perché tu sei un grande maestro di vita, vero? Non sei quello che si ammazzava con alcool e droga e ci arrivavi in camera mezzo morto…”

“Io non rischiavo di fottermi la carriera e la vita!” Furioso Frank gli puntò un dito contro il petto.

“Tu sei qui solo perché Gerard ci teneva al tuo culo! La tua carriera doveva smettere quando per ore l’unico nome che ti ricordavi era quello del tuo Jack Daniel’s o del tuo spacciatore!” Brian chiuse gli occhi sperando di reprimere l’istinto di colpirlo. Era un colpo basso quello, nessuno dei suoi amici aveva mai usato contro di lui quel periodo di debolezza, quei momenti in cui non era riuscito ad aiutarsi da solo e proprio quelli che si supponeva fosse lui ad assistere avevano dovuto dargli una mano. Tutti sapevano che non aveva ancora finito di fare i conti con se stesso per quella storia.

“Frank…” sussurrò in un avvertimento. Il fatto che fosse ferito non era abbastanza per cancellare la rabbia.

“No Brian! Smetti di rompermi i coglioni, perché non sei migliore di me e non lo sei mai stato! Sappiamo entrambi che tu non sei essenziale alla band, io si…”

“Fuori da questa casa, Iero,” rispose a denti stretti, interrompendolo. Raramente lo chiamava per cognome, ma quando lo faceva era davvero l’ultimo avvertimento. Si augurava che l’altro fosse così furbo da rendersene conto.

“Ora chi è l’immaturo dei due?” Ribatté sarcastico, ma intanto fece un passo indietro.

“Ancora tu che non sei in grado di capire una minaccia e ti fai rompere la faccia,” Frank aprì ancora la bocca per reagire, poi si rese conto che stava per accadere sul serio. Conosceva Brian, non minacciava di prendere a pugni qualcuno se non era più che intenzionato a farlo. Senza voltargli le spalle cominciò ad arretrare verso la porta.

“Come vuoi tu, ma pensa a quello che ti ho detto Brian, credo sia quasi ora che tu ti renda conto che non hai niente da insegnarci,” senza aggiungere altro lasciò l’appartamento, sbattendosi la porta alle spalle.

***

H. 01:41pm

Brian stese le gambe, il primo movimento da quando si era lasciato scivolare a terra, la schiena poggiata al lavello. Non era certo di quanto tempo fosse trascorso da quando Frank se ne era andato e lui si era seduto sul pavimento, ma era quasi certo fosse più di un’ora. Un’ora durante la quale aveva ripensato ancora e ancora alle parole dell’amico. Sapeva che Frank era stanco e nervoso: per la notte prima, per il mal di testa… sapeva che l’altro quando era conscio di avere torto, senza neppure rendersene conto, si metteva sulla difensiva, ferendo prima di essere ferito. Questo però non significava che le sue parole avessero fatto meno male ma soltanto che, una volta ricevute delle scuse, avrebbe saputo perdonarle, così come aveva perdonato mille altre cose a quel ragazzo per il semplice fatto che lo adorava troppo per odiarlo.

Non era ciò che gli aveva detto ad averlo mandato in crisi, era che in parte Frank sembrava aver ragione.

Da anni ormai cercava di essere un manager, un amico, un confidente. Cercava di sostenere figure in netto contrasto tra loro, un minuto prima consolava un amico e un attimo dopo lo stava insultando su quella stessa cosa perché il dramma del momento si era messo tra lui e la band. Esattamente ciò che era successo quel mattino con Frank, l’amico con cui stava scherzando, a cui stava preparando la colazione un secondo prima di dargli dell’idiota. Sapeva di non poter continuare così all’infinito, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto trovare una soluzione per non perderli, ma soprattutto dopo ciò che gli aveva urlato poco prima il ragazzo sapeva che come manager il suo lavoro era finito. La figura che doveva tenerli in riga, sostenerli, essere un esempio, era pateticamente crollata nel momento in cui lui stesso aveva rischiato di affogare nei propri errori, quando aveva rischiato di perdere tutto e loro lo avevano salvato, quando si era disintossicato, lasciando che se la cavassero da soli. Era stato lì che avevano smesso di aver bisogno di lui, solo era sempre stato troppo terrorizzato per ammetterlo a se stesso. Aveva continuato ad urlare e a rimproverare persone che, in realtà, erano sempre state migliori di lui, persone che, probabilmente, glielo avevano lasciato fare solo per non ferirlo, perché gli volevano troppo bene per rischiare che cadesse di nuovo in quel buco nero di depressione e droghe. Ma ora che lo sapeva non poteva più fingere, così come non poteva più convincere se stesso che avessero davvero bisogno di lui.

Sapeva che la sua carriera non sarebbe finita lì, che gli rimanevano tutti gli altri progetti e le altre band, che nominalmente avrebbe continuato ad essere il manager dei My Chemical Romance e che avrebbe continuato a sputar sangue per portarli il più in alto possibile, ma senza seguirli ovunque, senza essere il sesto membro, quello che li teneva legati, che li controllava, non sarebbe stata la stessa cosa.

Serrando la mascella, rifiutandosi categoricamente di piangere, si alzò e prese il cellulare sul tavolo della sala. Premette senza guardare il tasto 1, attendendo che si componesse il numero della selezione rapida.

“Pronto?” Sospirò a sentire la voce dall’altra parte.

“Gerard? Sono Brian. Hai un attimo?”

“Certo, stavo solo disegnando, dimmi tutto… hai una brutta voce…” scosse la testa, senza neppure sapere perché.

“Solo una lunga nottata. Senti, ci ho pensato e… ho un sacco di lavoro, è un casino qui, credo sia meglio che tra due giorni non parta in tour con voi,” una lunga pausa.

“Brian? Sei impazzito? Cosa significa che non parti in tour con noi? Ovvio che parti, se noi facciamo un tour tu devi essere con noi!” Brian sorrise alle parole dell’amico, al tono sincero nella sua voce, quasi credesse davvero che fosse indispensabile per la riuscita del tour.

“Gee… ve la caverete benissimo. Basta che teniate d’occhio Frank e non facciate ammazzare qualcuno a Bob…”

“No Brian, forse non ci siamo capiti, smetti di dire stronzate perché tu parti con noi. Nessuno sale su quel bus finchè non ci sei tu sopra e se non ti basta la mia opinione puoi chiamare tutti gli altri e avrai la stessa risposta,” l’uomo si morse la lingua per non rispondere ‘tutti tranne uno’.

“Gerard… ascoltami per una volta! Se ti fidi di me come manager credimi, è meglio così. Ho fatto per voi tutto quello che potevo ma ormai è ora che ve la caviate da soli e io sono solo d’intralcio. Non vi servo più Gee, è giusto che rimanga qui ad occuparmi della Riot e tutto il resto,” Gerard sospirò e Brian quasi poté vederlo col telefono poggiato alla spalla, la mano sugli occhi per combattere un’emicrania imminente.

“Chi degli altri quattro ha detto qualche stronzata?”

“Gerard…” cominciò come un rimprovero, ma subito cambiò tono. Doveva ricordarsi che non aveva diritto di sgridarlo come fosse un bambino “…sono in grado di prendere le mie decisioni Gee. È la cosa giusta,” un sospiro rassegnato dall’altra parte della linea, un attimo di silenzio durante il quale Brian si sentì morire, sperando irrazionalmente che Gerard urlasse, minacciasse il suicidio, facesse qualcosa di totalmente stupido in modo da dargli un motivo per rimanere, per lasciargli capire che avevano ancora bisogno di lui.

“Ok Brian,” il tono calmo e tranquillo gli tolse il respiro, “come vuoi, se pensi che possiamo farcela vuol dire che è così. Solo… ti prego, vieni da me per le cinque così mi aiuti a capire cosa fare, ad organizzare le ultime cose, va bene?”

“Sì… come vuoi,” disse a fatica, la gola stretta. Senza aspettare una risposta interruppe la telefonata, lasciando poi cadere a terra il cellulare. L’aveva fatto, aveva appena mollato tutto.

***

H. 02:07pm

Frank scagliò contro il muro l’ultimo oggetto che trovò sul tavolino, guardando il vetro viola infrangersi nell’impatto, poi, per la millesima volta, tornò a stendersi sul vecchio divano, grato che Jamia fosse fuori città e la casa fosse deserta. Il mal di testa peggiore della sua vita ormai dimenticato in favore della coscienza che sembrava volerlo uccidere.

Non poteva credere di aver davvero detto quelle cose a Brian, di aver usato contro di lui le sue stesse debolezze. Neppure mentre le pronunciava aveva creduto in quelle parole eppure gliele aveva sputate in faccia comunque, senza pietà, solo per ferirlo. Era stato un gesto istintivo, una difesa su cui non aveva il controllo, qualcosa che solo con lui sembrava scattare. Non era certo del perché, ma ogni volta che Brian lo rimproverava, fosse per qualcosa come la notte prima o la più piccola delle stronzate, si sentiva di colpo vulnerabile, umiliato e subito prevaleva la tentazione di aggredirlo, quasi come un bambino che cerca una ripicca per farsi vedere più grande e fallisce miseramente. Era come se qualsiasi critica di Brian facesse male anziché scivolargli addosso come quelle di chiunque altro, come se le sue avessero importanza, come se, nonostante ci provasse un po' di più ogni giorno, non riuscisse a far altro che deludere l’uomo e dimostrargli quanto fosse inetto ed incapace. Tutti sembravano meritarsi la stima del manager per una ragione o per l’altra, tutti tranne lui, apparentemente in grado solo di infastidire il prossimo e fare la scelta sbagliata in ogni situazione. Brian non glielo aveva mai detto, non l’avrebbe mai fatto, probabilmente avrebbe preferito farsi uccidere che distruggere così le sue sicurezze, ma non gli serviva la sua conferma, lo avvertiva chiaramente ogni volta che gli stava attorno. Non era alla sua altezza e non lo sarebbe mai stato, e i continui rimproveri erano solamente una delle tante evidenze.

Quando squillò il telefono fu certo che per un attimo il cuore gli si fosse fermato per poi ripartire al doppio della velocità. Non voleva sperare che fosse Brian, non ne aveva il diritto dopo ciò che gli aveva detto, ma non poteva farne a meno, non poteva non pregare una qualsiasi divinità che l’uomo avesse capito tutto come al suo solito e lo stesse chiamando per perdonarlo. Quando lesse il nome di Gerard sul display, per un attimo, odiò sul serio l’amico.

“Gee?” Rispose svogliato.

“Frank? Hai una voce che fa cagare…”

“Sempre gentile. Sto cercando di smaltire la sbronza dell’anno, cosa vuoi?” Gerard ghignò appena, grato di essere al telefono e non di fronte al ragazzo.

“Io e Mikey abbiamo organizzato per mangiare qualcosa fuori stasera, ci saremo tutti, vieni?” Di scatto Frank si mise seduto.

“Tutti?” Gerard rimase zitto per reprimere l’urlo di trionfo. Quella reazione era tutto ciò che gli serviva per sapere che era stato Frank a litigare con Brian.

“Tutti,” rispose solenne, “noi cinque e Brian… vieni allora?” Frank si portò una mano alla bocca, mordendosi con forza per non lasciarsi sfuggire alcun suono. Non poteva credere che Brian avesse accettato una cena fuori, non poteva credere che l’uomo stesse bene, che le sue parole non gli avessero fatto alcun effetto, che lo considerasse una tale nullità da essere immune perfino agli attacchi su una ferita aperta.

“Io… ho già un impegno, mi spiace,” quasi balbettò, augurandosi che Gerard si bevesse la scusa del dopo sbornia.

“Daaaai Frankie… se vieni fingiamo di essere gay, ci facciamo guardare male e costringiamo Bob a difendere il nostro onore con qualche passante…” Un angolo della bocca gli si sollevò appena in un debole tentativo di sorridere, ma subito l’espressione gli morì sul volto. Non poteva andare, non poteva vedere Brian e sopportare che facesse finta di niente.

“No, non posso proprio… ora devo scappare Gee, ti richiamo dopo.”

“Ok, come vuoi, chiamami che ti devo parlare di un nuovo fumetto che ho comprato,” Frank non gli rispose, semplicemente riagganciò, scagliando poi il telefono al muro e guardando i pezzi rimbalzare sul pavimento.

Aveva tre giorni per farsi una ragione del fatto che Brian non volesse aver più niente a che fare con lui, che l’avesse tagliato fuori dalla sua vita.

***

H. 04:21pm

Frank continuò a fissare la bottiglia di birra ormai calda che teneva in mano, passando il pollice sul bordo ruvido del tappo, contemplandola in attesa di decidere se aprirla o no. Lo faceva da mezz’ora, quasi sperando che il vetro verde, bagnato dalle goccioline che cominciavano rassegnate ad evaporare, potesse dargli una risposta a tutti i suoi problemi.

Aveva considerato un paio di volte l’idea di telefonare a Brian, di strisciare e chiedere perdono, ma aveva sempre deciso per il no. A cosa sarebbe servito dopo che quelle parole erano state comunque dette e che, apparentemente, lui aveva preso la propria decisione a riguardo?

Quando il telefono di casa cominciò a squillare lo ignorò senza pietà poi, al sesto trillo, infastidito dal rumore, si sporse sulla spalliera del divano prendendolo.

“Chi cazzo è?” Chiese scocciato. Chiunque fosse era certo avesse prima provato sul cellulare e se, avendolo trovato spento, chiamava lì, voleva dire che era un’emergenza o uno scocciatore. Non sapeva a quale delle due ipotesi essere meno propenso in quel momento.

“Frank?” La voce era solo un debole sussurro tra i singhiozzi.

“Mikey? Cazzo Mikes, che succede?” Una pausa, altri singhiozzi. Il ragazzo dall’altra parte della linea tirò su col naso, poi riprese.

“Non ce la faccio, è troppo… sono stanco Frankie…” Agitato corse in camera, cominciando a frugare nelle tasche dei numerosi jeans abbandonati a terra alla disperata ricerca delle chiavi dell’auto. Era certo ne avrebbe avuto presto bisogno.

“Ok, calmati e dimmi cosa succede,” cercò di rispondere tranquillo, senza successo.

“Niente ma… Gee… lui… io… non ho più pillole… non…” la frase fu interrotta dai singhiozzi, Frank tirò un calcio alla sedia davanti a lui, senza trattenere un sorriso di vittoria quando nel farlo le chiavi caddero da una pila di vestiti.

“Stai calmo, non prenderai nessuna pastiglia, hai smesso con quella merda. Cinque minuti e sono lì, tu resta calmo… il tempo di prendere l’auto…” un singhiozzo più forte, disperato.

“Sbrigati… ti prego,” Frank annuì inutilmente, quasi correndo verso la porta.

“Ok Mikey, ma tu siediti e stai tranquillo… andrà tutto bene… ciao.” Riappese, lanciò il telefono sul divano e subito corse giù dalle scale. Non sapeva esattamente cosa dovesse andar bene che al momento sembrava essere disastrosamente sbagliato, ma era pronto ad affrontarlo. Qualsiasi cosa per aiutare Mikey, qualsiasi cosa per non sentirlo in quello stato.

***

H. 04:47pm

Lasciò incurante l’auto in mezzo al vialetto, la chiave ancora inserita, e subito corse verso la porta, maledicendo a voce alta il traffico che l’aveva bloccato per quasi mezz’ora. Era troppo tempo, troppo a lungo aveva lasciato solo Mikey nella situazione in cui sembrava essere. Trattenne il fiato quando vide l’uscio di casa socchiuso. Entrambi i Way erano più che maniaci per queste cose, nessuno dei due avrebbe lasciato casa incustodita in quel modo. Chiunque sarebbe potuto entrare, qualche pazzo, qualche malintenzionato o una fan troppo zelante. Lentamente la spinse, sobbalzando al lieve cigolio, ma presto si lasciò tentare e, con cautela, urlò il nome di Mikey.

“Qui… in sala!” Fu la sola risposta che ottenne, poco più che un filo di voce. Chiuse la porta con un calcio e subito corse dall’altra parte della casa. Mikey era ancora vivo, più di quanto si sarebbe aspettato arrivato a quel punto. Aprì la porta della sala di scatto, ma subito rimase gelato a quello che vide.

Gerard era seduto sul divano, accanto a Brian, in mano una coca. Mikey, invece, era tranquillamente appollaiato sul mobile di fronte a loro, un piede nudo penzoloni, l’altro poggiato sul legno, il mento sul ginocchio piegato.

“Sei arrivato finalmente,” si limitò a dire, mentre Frank ancora apriva e chiudeva la bocca in cerca di un insulto appropriato. Fu Brian il primo a reagire, alzandosi in piedi di scatto.

“Come scherzo fa schifo,” disse furioso, cercando di dirigersi alla porta, pronto ad andarsene. L’unica cosa che gli interessava sentire da Frank erano delle umili scuse e di sicuro, vista la situazione, quelle non stavano per arrivare. Prima che potesse fare un passo Gerard lo afferrò per un polso.

“Aspetta…” si voltò di scatto, guardandolo gelido.

“No, non aspetto un cazzo. Qualunque sia la ragione di questa messinscena ne ho avuto più che abbastanza per oggi,” ma anziché lasciarlo l’altro strinse di più la presa.

“Non mi interessa Brian, adesso risolviamo il problema e poi potrai andartene.”

“Non c’è nessun problema,” sibilò, cercando di liberarsi il braccio con uno strattone.

“Non sono scemo. So che non molleresti tutto se non ci fosse un problema e mi è bastato un minuto al telefono con Frank per capire che il problema è lui… quindi ora fate le persone mature e…”

“Mature?” Tutti si voltarono a guardare il chitarrista, quasi si fossero dimenticati della sua presenza, “Mikey mi ha chiamato in lacrime minacciando il suicidio! Stavo per ammazzarmi per correre qui e tutto per questa stupida messinscena?” Si voltò verso il ragazzo ancora seduto sul mobile, quello fece spallucce prima di scendere come niente fosse.

“Scusa. Era l’unico modo per attirarti qui senza che potessi opporti…” gli si avvicinò, abbracciandolo per un attimo, “ma grazie per esserti dimostrato ancora una volta un buon amico.”

“Fottiti Mikey,” rispose solo, ma quando lo spinse via lo fece con poca convinzione, senza lasciar dubitare che l’avesse già perdonato.

“Perfetto, ora che è tutto chiarito,” riprese subito Gerard, avvicinandosi al fratello, “vi lasciamo un po' soli così appianate le divergenze con calma,” usò un tono quasi divertito, come se quel fuori programma fosse un piacevole passatempo. Frank quasi gli ringhiò contro all’idea che quel piccolo bastardo probabilmente si stava davvero divertendo.

“Non abbiamo nulla da chiarire. Frank ha già detto più che abbastanza per oggi,” rispose gelido Brian, guardando i due fratelli e ignorando completamente il terzo uomo.

“Sono sicuro che qualcosa inventerete,” fu la sola risposta che ricevette e prima che uno dei due potesse parlare i due erano fuori dalla stanza e la chiave stava rumorosamente girando nella serratura. Nessuno dei due uomini intrappolati ebbe la forza di dire nulla, troppo sconvolti all’idea che davvero li avessero appena rinchiusi in quella sala. Se era una pace che volevano ottenere quello non era decisamente il modo giusto. Quella era l’unica cosa su cui entrambi si trovavano d’accordo, eccetto forse per il voler uccidere i due amici.

***

H. 05:12pm

“Mi dispiace,” furono le prime parole pronunciate nella stanza da quando vi erano rimasti chiusi dentro. Brian, sul divano, alzò di scatto la testa a quel suono inatteso. Frank era seduto per terra sotto la finestra, le gambe abbracciate al petto. Esitò solo un attimo, poi, con un sospiro, riprese. Odiava quella parte, ma non aveva altre scelte. Non se voleva sopravvivere alla propria coscienza.
“So che non ci sono giustificazioni per quello che ti ho detto ma…”

“Infatti. Non ci sono,” una risposta secca, glaciale, eppure lo sguardo di Brian era altrove. Se l’avesse guardato negli occhi il ragazzo avrebbe capito troppo in fretta che, in realtà, l’aveva già perdonato e lui voleva solo le scuse più umilianti che riuscisse ad ottenere.

“Non lo pensavo Brian… non dovevo dirtelo, non dovevo usare proprio quello,“ l’uomo fece un movimento noncurante con le spalle.

“L’hai fatto Iero, hai messo in chiaro quello che pensi di me,” frustrato il ragazzo si passò le mani sulla faccia, poi, a quattro zampe, si avvicinò appena al divano, risedendosi per terra.

“Ma io non ho mai pensato quello di te! Brian sono uno stronzo, un figlio di puttana, ma non… ero furioso, volevo ferirti, non te l’avrei mai detto se…”

“Comunque,” replicò Brian alzandosi e andando alla finestra opposta a quella dove fino a poco prima era l’amico, “ho pensato a quello che hai detto e in parte hai ragione. Lascerò che andiate soli in tour, siete grandi abbastanza,” prese una sigaretta, accendendola distrattamente, più per abitudine che per un reale bisogno.

“So che sai…” le parole ci misero qualche secondo a prendere forma nella sua mente, ma non appena lo fecero Frank scattò in piedi, spalancando gli occhi, “tu cosa? Ti sei rincoglionito?” Quasi urlò mentre a grandi falcate si dirigeva alla finestra. Brian rimase immobile, lo sguardo perso al di là del vetro.

“L’hai detto anche tu, ve la sapete cavare benissimo da soli ed è ora che lo facciate senza che io vi pari il culo,” rispose amaro. Non appena lo raggiunse Frank lo afferrò per un braccio, le dita affondate nel bicipite nudo, le unghie piantate nel tatuaggio, costringendolo a girarsi.

“Non posso credere che tu abbia creduto alle puttanate che ti ho detto,” Brian si limitò a fissarlo in silenzio per un attimo, poi lo spinse via.

“Perché? L’hai detto anche tu che sei meglio di me, no?” Una risata sarcastica.

“Ti prego Brian, non prendiamoci per il culo! Tu sei il fottutissimo Brian Schechter, io sono solo il basso e fastidioso Frank… non c’è dubbio su chi è essenziale per la band,” questa volta fu Brian ad afferrarlo, avvicinando pericolosamente il volto al suo. Senza sapere il perché Frank si ritrovò ad osservare le labbra chiare chiedendosi per un attimo se fossero davvero soffici come sembravano.

“Qualche ora fa eri molto convinto di esserlo…”

“E da quando ciò di cui sono convinto ha importanza Brian? Io sono quello che sa solo fare casino, non sono abbastanza bravo o abbastanza intelligente per dare opinioni,” il manager strinse di più le dita nella sua maglietta, colpito da quella frase. Non aveva idea da dove venisse fuori, ma di sicuro non gli piaceva.

“Pensi che il vittimismo ti salverà il culo?” Il chitarrista scosse la testa.

“No, è solo la verità… gli altri meritano il tuo rispetto, gli altri hanno il permesso di sbagliare e correggersi da soli, ma io no perché non ne sarei capace, vero? A me devi sempre stare col fiato sul collo, io non sono abbastanza furbo per andare avanti in questo mondo eh? Perfino Mikey ha più rispetto di me!” Brian non rispose, semplicemente alzò la mano libera e lo colpì con forza allo zigomo, guardandolo poi barcollare all’indietro per un attimo. Non sapeva perché lo avesse fatto, non era da lui prendere a pugni un amico, ma a quelle parole era stato tutto ciò che il suo istinto gli avesse permesso di fare.

“E questo? È la novità del giorno? Non ti basta più ferirmi a parole ogni giorno Brian?” Il tono di Frank era tranquillo, rassegnato quasi, mentre si massaggiava la guancia.

“Questo per le puttanate che stai dicendo e per l’aver pensato che ti considero un idiota,” il più giovane sorrise un po' sarcastico.

“Se è per le puttanate che si dicono, oggi dovrei romperti il naso per voler lasciare la band,” certo che l’altro non l’avrebbe colpito Brian si appoggiò al muro, allungando una mano per spegnere la sigaretta, ormai consumata, nel posacenere lì accanto.

“Io ho i miei motivi per dirlo, so quanto sono stato debole...”

“Appunto! Lo sei stato coglione, non lo sei più! Ti sembra che me ne fotta qualcosa se ci segui per urlare dietro a Gerard o per bere una birra con Bob? A noi serve che tu ci sia, chi se ne frega come e perché! A noi serve avere il nostro fottutissimo amico! A noi serve qualcuno che abbia abbastanza palle da prendersela con Bob incazzato o dire a Ray quando una nuova melodia fa cagare! Come cazzo puoi non renderti conto di quanto sei fondamentale? Al diavolo i classici doveri di un manager e tutte queste puttanate Brian! Noi abbiamo bisogno di te perché sei il nostro migliore amico e sei anche il più grande figlio di puttana che conosciamo! E vaffanculo se credi che fino ad ora ti abbiamo tenuto per pietà, se credi che ti pensiamo debole! VAFFANCULO!” Gli urlò tutto in faccia, senza neppure prendere fiato, un dito poggiato contro il suo petto. Non era sicuro da dove uscissero quelle parole, di dove avesse trovato il coraggio per una ramanzina simile, ma era la pura verità, era tutto ciò che pensava e forse, per una volta, dire ciò che provava anziché sdrammatizzare con qualcosa di idiota, avrebbe salvato la situazione.

“Hai finito Iero?” La voce che Brian avrebbe voluto far uscire calma fu invece quasi un urlo. Non riusciva a controllarsi, non mentre ciò che il ragazzo aveva appena detto gli ribolliva nelle vene, non mentre si lasciava convincere che quelle parole fossero vere, che sul serio avessero bisogno di lui. Ma indispensabile o meno era comunque ancora suo dovere prendere a calci quel nano arrogante, “perché se hai finito parliamo sul serio di coglioni! Parliamo di te che non hai ancora capito che se ti do addosso è solo per proteggerti, perché ho paura che un giorno o l’altro ti farai ammazzare, perché ho paura che tra una stronzata e l’altra ti dimentichi come essere felice! Parliamo di come scegli sempre di fare la cosa sbagliata perché ti sottovaluti, perché tanto ‘sei solo Frank’, perché sforzarti? Parliamo di come sto col fiato sul collo a te perché sei tu che mi interessi! Adoro Gerard, Mikey e gli altri ma è a te che penso piccola testa di cazzo! E non ti penso perché sei nella band che mi paga profumatamente per parargli il culo, lo faccio perché sei il fottutissimo gnomo che non riesco a togliermi dalla testa, e se non lo capisci a questo punto mi arrendo perché sei troppo idiota! Dimmi tu come devo fartelo capire, perché…”

“Scopandomi,” la parola uscì quasi come una minaccia, carica di tutta l’adrenalina accumulata nelle ultime ore, dell’incredulità a sentire quelle parole che fino ad un secondo prima era convinto potessero esistere solo nella sua mente. Brian esitò un momento solo, ma fu un attimo di troppo, abbastanza da far riprendere la parola a Frank, “avanti Brian, scopami come aspetto da mesi, renditi conto mentre mi sbatti contro quel muro di quanto ho bisogno di te! Fammi sentire per giorni che mi consideri più di uno spreco di tempo,” la frase uscì come una sfida. Brian tacque ancora un secondo, troppo sconvolto da quelle parole, poi riuscì finalmente a metabolizzarle, ad afferrarne il significato.

“Vaffanculo stronzo,” sibilò furioso e di scatto gli passò una mano dietro la nuca attirandolo a se, attaccando subito le sue labbra a quelle del giovane in un bacio frustrato e violento. Lasciò passare un solo secondo prima di spingere la lingua contro la sua bocca, chiedendo un silenzioso permesso, ma quando Frank non fu abbastanza veloce a concederglielo gli morse con forza il labbro, approfittando del lieve sussulto di dolore che lo costrinse a gemere per prendersi ciò che desiderava, cominciando ad esplorarlo con passione, rapidamente, quasi si aspettasse gli svanisse tra le mani da un momento all’altro e avesse bisogno di sentirlo, di impararlo a memoria, prima che accadesse.

Continuarono così a lungo, lottando sempre di più per il controllo, gemendo ogni volta che i denti si chiudevano intorno alle labbra o alle lingue, godendosi quel lieve dolore così sensuale, la mano di Brian attorno alla maglia del compagno mentre l’altra, ancora dietro la testa, se lo teneva premuto contro, quasi a volergli impedire di scappare, di sottrarsi a quel bacio che tracciava un confine invisibile tra passione e punizione. Frank rimase tutto il tempo con le mani sulle sue spalle, reggendosi quando le gambe minacciarono di cedergli. Solo quando fu troppo, quando sentì il sapore di sangue senza neppure sapere se il suo o quello di Brian, quando i polmoni cominciarono a bruciargli per la mancanza di ossigeno, riluttante gli puntò le mani sul petto, cercando di spingerlo via. Brian si oppose per un attimo, poi lo accontentò, staccandosi da lui ansimando, pulendosi le labbra appena macchiate di rosso col dorso della mano. Frank vide il segno dei denti, il piccolo taglio e solo in quel momento fu certo a chi appartenesse il sangue.

“Era questo che volevi Frank?” Una risata nervosa e al contempo ironica, Brian lo afferrò di nuovo per la maglia e questa volta invertì le posizioni, sbattendolo con la schiena al muro, premendosi contro di lui.

“Avanti, fammi vedere chi ha il controllo Brian, dimostra ad entrambi perché abbiamo così bisogno di te…” a quelle parole vide gli occhi azzurri dell’uomo farsi di colpo scuri. In un istante gli afferrò i polsi, bloccandoglieli contro la parete, sopra la testa, tenendoglieli con una sola mano, l’altra adesso stretta attorno alla sua gola. Non abbastanza da togliergli il fiato, solo da assicurarsi che non potesse spostare la sua attenzione.

“Non imparerai mai a non sfidarmi eh?” Forzò un ginocchio tra le sue gambe, sorridendo soddisfatto quando lo sentì già quasi duro, “non puoi metterti contro di me Frank, sai in partenza che perderai…” il chitarrista gemette appena.

“Significa che quello che ti ho detto oggi è dimenticato?” Brian gli leccò lento una guancia, fermandosi con le labbra sulla sua tempia, raccogliendo una goccia di sudore, “che sai quanto sei importante per controllarci?” strinse un poco di più la mano, togliendogli il fiato.

“Quante volte devo ripeterti di non parlare così tanto Frank?” Subito si premette di nuovo contro le sue labbra, in un bacio brutale quanto quello di prima, giocando con la pressione delle dita per decidere quando lasciargli prendere fiato e quando negarglielo, sentendolo finalmente del tutto duro contro di lui. Quando decise che era abbastanza spostò la bocca dalla sua, senza però togliere la mano dalla gola, continuando a controllare il respiro del compagno.

“Volevi essere scopato, Frank? Averla vinta come sempre, perché o per quel faccino angelico o per sfinimento, nessuno ti nega mai qualcosa,” il ragazzo annuì chiedendosi per un attimo se i polpastrelli stessero lasciando il segno, se il giorno dopo, qualsiasi cosa fosse accaduta, avrebbe avuto almeno quelli a ricordargli di lui e Brian, della sua occasione, “bene, però lo faremo alle mie regole…” senza aggiungere altro gli liberò i polsi e d’istinto Frank portò le mani su quella di lui stretta attorno al suo collo. Appoggiò le dita sui tendini tesi del polso, li graffiò, ma neppure per un attimo cercò di liberarsi, limitandosi a sorridere.

“Stronzo, ti sembra che mi farei mettere le mani alla gola da uno qualunque?” Sussurrò in un filo di voce, perdendo la poca aria rimastagli nei polmoni. Per un istante solo Brian fu tentato di lasciarlo, di concedergli un po' di respiro, ma subito cambiò idea.

“Ribadisco il concetto di coglione incosciente,” gli sussurrò contro le labbra, afferrando poi il collo della maglietta per abbassarlo e poterlo attaccare con la bocca, ma non appena sentì il tessuto già logoro cedergli tra le mani, con un sorriso, strattonò con forza, strappandola senza pietà, abbassando poi lo sguardo sul petto esposto, sui tatuaggi, sui capezzoli turgidi. Senza perdere tempo abbassò la testa, cominciando a graffiare coi denti la clavicola, tracciando le linee di inchiostro, scendendo fino a mordere con forza un capezzolo per poi leccare leggero l’impronta appena lasciata. Frank aprì la bocca per protestare per il trattamento ricevuto da una delle sue maglie preferite, per gemere all’incessante provocazione, ma non ne uscì alcun suono. La mano ancora stretta attorno alla gola non gli faceva realmente male, e sapeva fin troppo bene che l’uomo non l’avrebbe strangolato, ma in nessun modo poteva prendere abbastanza aria per parlare o gemere. A meno che non si opponesse di proposito era totalmente assoggettato al controllo di Brian. Al pensiero spinse in avanti i fianchi, strusciandosi contro la coscia dell’uomo, lottando per respirare più rapidamente al contatto. Il manager sorrise.

“Impaziente come al solito eh…” sussurrò Brian contro l’altro capezzolo ma, anziché morderlo, si limitò a sfiorarlo appena con la punta della lingua, soffiandoci poi sopra, spostando la gamba quando, disperato, il ragazzo tentò di appoggiarvisi di nuovo. Ridendo appena prese il capezzolo umido tra le dita, torcendolo senza pietà, stringendo di più la gola quando Frank tentò di gemere. Disperato il chitarrista chiuse gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile, era come se il non poter respirare attirasse tutta la sua attenzione solo sui movimenti dell’amante, come se il sangue pulsasse più forte tra le dita che lo torturavano dolcemente.

“Allora Frank…” gli sussurrò all’orecchio lasciando che la mano scivolasse lungo il petto, fermandola un attimo ad accarezzare l’addome teso, abbassandola ancora per prenderlo in mano attraverso i jeans, chiudendo in parte il pugno su di lui, muovendosi lentamente, “hai imparato a tenere la bocca chiusa?” Il ragazzo annuì e lui strinse entrambe le mani, costringendolo a mordersi il labbro mentre il suo sesso rimaneva intrappolato in quella morsa ferrea e la capacità di respirare gli era negata del tutto, “hai imparato che non devi ferirmi?” Annuì ancora, quasi convulsamente, disperato per un po' di ossigeno, perché il tocco sul suo uccello non smettesse, per qualsiasi cosa, “bene…” la presa sulla sua gola si allentò gradualmente, la mano tra le sue gambe riprese a muoversi, “ora che ho ottenuto quello che voglio credo sia il caso di dimostrare a te quanto ti tengo in considerazione…” la mano sul collo ormai semplicemente appoggiata in una semplice carezza quasi rassicurante. In fretta aprì i jeans, abbassandoli abbastanza da potervi infilare la mano.

“Sì… ti prego…” sussurrò Frank incurante di quanto suonasse disperato, la voce roca, la gola appena dolorante per come poco prima l’aveva sforzata per respirare. Brian si piegò su di lui, ricominciando a baciarlo con passione, ma più gentilmente di prima, attento a bere di ogni sospiro, di ogni gemito, mentre abbassava i boxer. Frank sorrise contro di lui, prendendogli il piercing tra i denti, giocandoci con la lingua e mordendo appena troppo forte quando sentì le mani dell’uomo sul sedere che lo spingevano contro di lui, facendo premere e strusciare il sesso duro contro il materiale ruvido dei jeans. Disperato afferrò il fondo della sua maglietta, iniziando a sfilargliela e costringendo Brian ad allontanarsi. Prima ancora che l’indumento toccasse terra la sua bocca era chiusa sulla stella tatuata sotto la spalla. Ne percorse ogni centimetro, poi salì sul collo cominciando a succhiare la pelle sensibile poco sopra l’ancora, salendo poi a prendergli in bocca il lobo.

“Mi sembrava di averti chiesto di scoparmi,” gli sussurrò, infilandogli le mani nelle tasche posteriori dei jeans e tirandolo di più contro di se, facendosi premere contro il muro mentre alzava una gamba per allacciargliela in vita.

“Mi serve qualcosa per farlo…” Brian smise di leccargli e succhiargli il collo il tempo necessario per dirlo, la mano di nuovo tra di loro a massaggiare il sesso umido.

“Divano. Dietro il cuscino di sinistra,” la frase uscì come un gemito mentre il pollice provocava lento la punta. Subito Brian si spostò, guardandolo in faccia incuriosito.

“Scusa?” Frank sospirò, scocciato dall’improvvisa mancanza di contatto.

“Non vivi con un Way senza imparare dove tiene il necessario per scopare… in cucina dietro i cereali, in bagno nel mobile…” Brian fece una smorfia alle troppe informazioni sulla vita sessuale di Mikey poi, con un casto bacio sulle labbra, si separò definitivamente dal compagno, dirigendosi in fretta verso il divano, slacciandosi i pantaloni lungo il breve percorso e abbandonandoli distrattamente sul tavolino. Frank sorrise all’assenza di boxer, evidentemente la necessità di bucato non era solo per gli asciugamani. Lo osservò ancora un attimo mentre si piegava a frugare tra i cuscini, poi si avvicinò, facendolo sussultare quando di colpo gli poggiò una mano sulla schiena.

“Credevo mi aspettassi lì…” disse Brian mentre si sollevava, con un sorriso trionfante sul volto, un preservativo in una mano, un tubetto nell’altra.

“Ci mettevi troppo… dammi qua,” impaziente gli prese il lubrificante, gettando di fretta il tappo per terra e, mentre ancora l’uomo si infilava il profilattico, ne spremette un po' sul suo sesso, cominciando a spalmarlo con le dita, usando tutto il pugno non appena Brian tolse le mani.

“Abbiamo fretta eh?” Frank non alzò lo sguardo, osservando concentrato ciò che stava facendo.

“Aspetto da tre anni Brian,” senza aggiungere altro, soddisfatto del risultato, gettò a terra anche il tubo e subito si mise in ginocchio sul divano, piegandosi appena sulla spalliera, “allora?”

Brian rise divertito alla scena, ma subito tornò serio davanti all’immagine che solo in quel momento mise davvero a fuoco, alla schiena inarcata, la pelle tatuata tesa, le cosce socchiuse e quel sedere perfetto aperto ed invitante davanti a lui. Per un attimo fu tentato di lasciarsi cadere in ginocchio e passare la bocca su ogni centimetro di quel corpo, di godersi i gemiti che ne avrebbe ottenuto, ma subito il suo stesso sesso gli ricordò che ci sarebbe stato il tempo anche per quello ma non ora. Con un sorriso si avvicinò, tenendo la propria erezione in mano, appoggiandola contro di lui.

“Pronto Frankie?” Chiese, pur sapendo essere una domanda inutile. Il ragazzo appoggiò la fronte al divano, sbuffando.

“Brian, se non ti muovi avrò anche finito, da solo.”

“Come vuoi,” e mentre lo diceva si spinse tutto dentro di lui, strappandogli un urlo strozzato, guardando le dita stringersi attorno alla stoffa scura del divano, le lettere sulle sue nocche risaltare ancora di più sulla pelle ora tesa e pallida. Rimase fermo un attimo, i denti stretti sul suo collo, “tutto ok?” Sussurrò dopo un attimo. Frank annuì con un sospiro.

“Muoviti… e fallo per bene, non mi romperò,” per una volta Brian gli ubbidì. Sollevandosi gli afferrò i fianchi e subito cominciò a muoversi velocemente, uscendo quasi del tutto, rientrando quasi con violenza e assicurandosi di colpire ogni volta la prostata, strappando al compagno gemiti che si trasformarono via via quasi in urla.

“Cazzo… Brian… cazzo… toccami…” disse incoerente, già troppo vicino ma incurante di esserlo. L’uomo lasciò scorrere una mano sul suo addome, poi lo prese in mano.

“Così Frankie? Ti piace sentire il mio uccello dentro di te, vero? Ti piace scopare la mia mano?” Il ragazzo gemette, spingendosi in avanti nel pugno stretto e poi subito all’indietro per sentire ancora quell’erotica pressione nel suo corpo. Brian strinse gli occhi, muovendosi appena più velocemente, troppo vicino per potersi trattenere.

“Avanti Frank… vieni…” sottolineò la cosa con un morso sulla spalla mentre il pollice premeva la punta. Il ragazzo chiuse gli occhi, la testa gettata all’indietro e con un ultimo urlo si lasciò andare esplodendo nella sua mano, stringendo di proposito i muscoli per trascinare il compagno nell’orgasmo con lui. Brian spinse ancora una volta, due, poi venne, i denti ancora chiusi sulla pelle ormai segnata nella speranza di trattenere un urlo.

Si lasciò andare su di lui solo un attimo poi, per non schiacciarlo, uscì lentamente dal suo corpo, gettò il preservativo in una scatola vuota della pizza e si sedette sul divano, tirando su di lui Frank ancora in ginocchio.

Il ragazzo neppure aprì gli occhi, lasciandosi spostare, stendendosi per metà sul divano e per metà sulle gambe del compagno, sorridendo, godendosi le dita che distrattamente gli accarezzavano i capelli.

“Brian… non ho mai pensato che tu fossi debole e ti giuro che abbiamo bisogno di te… io ho bisogno di te, non è vero che…” dolcemente un dito gli accarezzò le labbra, zittendolo.

“Frank… lo so… eri arrabbiato… ti ho perdonato nel momento in cui sei uscito da quella casa credo. È abbastanza chiaro che se mi preoccupo di più per te che per gli altri è solo perché…”

“Perché mi ami alla follia?” Scherzò. Brian tacque un attimo, poi gli sorrise dolcemente.

“Forse… qualcosa di simile…”

***

H. 07:24pm

Frank aprì un occhio quando si sentì insistentemente osservato e subito vide Mikey e Gerard in piedi davanti a loro.

“Fanculo,” borbottò mezzo addormentato, cercando di nascondere il viso nella coscia di Brian, fallendo quando questo si mosse stiracchiandosi, costringendolo a mettersi seduto.

“Direi che ha funzionato e avete fatto pace,” disse finalmente Gerard, ridendo.

“Che genio, da cosa l’hai dedotto?” Rispose il chitarrista, strofinandosi gli occhi e cercando di decidere se coprirsi o fregarsene. Ancora assonnato optò per la seconda opzione, appoggiandosi invece alla spalla dell’uomo ancora intontito accanto a lui.

“Sapevo che non avresti resistito alle mie lacrime!” Mikey quasi saltellò sul posto dicendolo, ricevendo un medio alzato, “allora, avremo il nostro manager in tour?” Continuò poi. Brian finalmente sorrise.

“Immagino di si… smetto di fare il manager per un paio d’ore e due dei miei musicisti cominciano ad architettare piani diabolici mentre un chitarrista si fa lasciare lividi un po' ovunque…” ancora saltellando Mikey si gettò su di lui felice, ma subito l’uomo lo bloccò con una mano sul petto, “non pensarci neppure ad abbracciarmi mentre sono nudo… e ora che ne dite di sparire per un altro paio d’ore?”

“Brian, è la mia sala!” Protestò Gerard poco convinto, spostando con la punta della scarpa la scatola usata poco prima come cestino.

“E io sono quello che da ordini… andate a mangiare fuori, andate a disturbare Bob… non mi interessa ma sparite, su,” sorridendo Mikey afferrò il fratello per un braccio, cominciando a trascinarlo via.

“Dai Gee! Lasciamoli scopare ancora un po'!” L’uomo li guardò ancora una volta, poco convinto.

“Ma è il mio divano, i nostri preservativi!” Si lamentò, “e se torniamo che loro stanno ancora…?” fece una smorfia disgustata all’idea.

“Tranquillo, facciamo come adesso, ascoltiamo che Frank urli e poi aspettiamo mezz’oretta,” continuando a discutere tra di loro uscirono. Con un sospiro il chitarrista si passò una mano sul volto.

“Brian… perché tutto è sempre così surreale?” L’uomo rise scuotendo la testa.

“Perché abbiamo scelto di lavorare con una band di idioti e di adorarli… a proposito di lavorare e dare ordini… c’era quella cosa che volevo fare prima…” con un sorriso diabolico gli si avvicinò.

“Brian…?”

“Iero, in ginocchio ed ubbidisci al tuo manager,” disse ridendo, prima di afferrarlo per il collo e tirarlo contro di se in un bacio sensuale.



April 2016

S M T W T F S
     12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

A little about me:

I love MCR, P!ATD, FOB, CS, Empires, TAI, The Cab and more or less all the possible slash combinations of the musicians in those bands. I'm a TV shows addicted and proud of it, almost as much as I am a Tumblr addicted. I could really spend hours on that site, reblogging or just laughing. I have an insane love for my cat, and an amazing girlfriend. And now if you want to know more look at your right and read my entries, all this is just because I needed to write something in the custom box :P